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Gessetti n. 03-2021

1 maggio 2021

 

Bentornato su Gessetti, eccoti una sintesi di ciò che troverai in questo numero:

  • all’Appello l’articolo Didattica tradizionale: buttare il bambino con l’acqua sporca? 
  • nell’Ora di laboratorio, Risate e sogni: haiku in classe, leggerai di scrittura creativa e poesia giapponese;
  • nell’Intervallo seguono consigli vari, questo mese un profilo Instagram, una rivista didattica e… una nota ministeriale!
  • attraverso le Frasi alla lavagna, infine, potrai farti ispirare da La saggezza del mare di Björn Larsson.

Non ci resta che augurarti buona lettura!

  Didattica tradizionale: buttare il bambino con l’acqua sporca?

 

Una ricerca della Fondazione Agnelli in collaborazione con INVALSI ha evidenziato che la lezione trasmissiva è (ancora) la più diffusa in Italia. 

La ricerca ha dato risultati non proprio incoraggianti:

  • le lezioni non sono sufficientemente pianificate
  • la scuola primaria si dimostra più efficiente della secondaria
  • gli insegnanti di matematica si dimostrano più efficienti di quelli di italiano (sono gli unici insegnamenti che sono entrati nel campione della ricerca).

Però.
Però, se fatta bene, la lezione trasmissiva è proprio tutta da buttare?

Sentiamo su questo Nicole Riva, docente di italiano e storia (su Instagram @pseudo_intellettuale):
“A volte, per provocazione, dico che la didattica tradizionale è da abolire, ma capisco bene che questo non è possibile. Ciò che si può fare però è farla evolvere, introducendo al suo interno qualche buona pratica che permetta agli studenti di essere protagonisti attivi della lezione”
Puoi farci qualche esempio?
“Gli accorgimenti possono essere diversi:

  • mini-lesson di massimo 15 minuti in cui spiego i concetti fondamentali e poi lascio che i ragazzi sperimentino e applichino, per esempio in un laboratorio a distanza.
  • uso di un documento condiviso e interattivo, come la jamboard, in cui gli alunni possono lavorare e modificare in contemporanea e a gruppi e l'insegnante può vedere cosa scrivono direttamente sul suo schermo. 
  • proposta di sondaggi su nodi cruciali dell’argomento: semplicemente chiedo agli studenti come andrà avanti secondo loro la faccenda oppure domando come vogliono proseguire la lezione.
  • contest: allo stesso modo, per stimolare la sana competizione e favorire l'interazione tra pari, tanto assente senza classe in presenza, è bello organizzare piccoli e rapidi contest, magari a premi, dove la consegna può essere dettata oppure resa in digitale grazie a Kahoot o alla ruota delle domande. 
  • gioco delle domande, in cui alla fine dell'ora uno studente è chiamato a domandare una curiosità sulla lezione appena ascoltata; il resto della classe proverà a rispondere per la volta successiva e chi avrà dato la risposta migliore potrà proporre la sua curiosità. 
Insomma, le idee sono tante e nemmeno troppo difficili da mettere in pratica, quello che veramente ci vuole è una pianificazione seria di ogni lezione, un briciolo di pazienza e creatività e i risultati si vedranno sicuramente!”

Infatti, anche la ricerca citata suggerisce che la didattica trasmissiva, se ben fatta, può ancora essere utile. Ben fatta come?
  • la lezione va pianificata
  • la lezione comincia con l’enunciazione chiara dell’argomento, delle competenze necessarie e degli obiettivi
  • l’argomento viene organizzato e vengono utilizzati per farlo strumenti facilitanti e medium dell’apprendimento (es. mappe concettuali ma non solo)
  • la classe è sollecitata tramite attività di metacognizione e feedback valutativi.

In definitiva, facile a dirsi lezione trasmissiva. Non è certo inondare gli allievi di parole...
Può essere utile l'intervento di Valeria Mazzucco (nickname @l’_orabuca):
“C’è nella memoria di molti di noi, credo, un punto in cui, osservando qualcosa alla lavagna o ascoltando una voce d’insegnante, abbiamo sentito aprirsi un universo di significati che non avevamo ancora considerato e che tutto ad un tratto era divenuto, invece, rilevante per noi. Ecco, quel punto appartiene alla categoria degli attimi di attenzione reciproca tra chi parla e chi ascolta che è un po’ il miracolo della comunicazione, e che per me, è il cuore della didattica trasmissiva. Perché esiste una forma di ascolto - una specie di ascolto attivo - che può realizzare questa intesa, e permette di scambiare se non tutti quelli che si vorrebbero, almeno un messaggio. E un messaggio non è mai poco, può bastare a volte da custodire e far fruttare per tutta la vita.”

Interessante!

“La didattica trasmissiva - continua Valeria - ha ancora senso se praticata con l’attenzione di alternarla a diverse metodologie didattiche in modo che gli studenti sviluppino anche altre soft skills, come lo spirito di collaborazione o la capacità argomentativa: per la letteratura pianifico un indicativo “blocco” temporale (benedetti i Fogli Excel!) a seconda del numero di testi che vorrei proporre. Cerco di privilegiare il “racconto della vita” degli autori (vengono in soccorso docu-film RayPlay, materiale filmico, riscritture o testi autobiografici). Spesso, prima di affrontare un autore  scelgo una prospettiva di lettura (un saggio critico, o anche una trattazione saggistica dei temi più presenti nelle opere che leggeremo) che mi permetta di stabilire una connessione con il loro vissuto, di dire qualcosa di rilevante per quel passaggio - di crescita, di vita - che li vedo affrontare o che so essere nel futuro: ma con la grande letteratura non è necessario faticare molto! Mi aiuta a costruire una cornice di “senso-per-noi” per cominciare il viaggio.
Veniamo alla pratica: in questo modo riesco a fornire agli studenti un planning preventivo di ciò che affronteremo: può avere la forma di un elenco,  mappe scritte a mano (prima del 2020) nottetempo su fogli A3, adesso c’è Canva. Talvolta accludo già in questa fase domande “tematiche” che ci guideranno nell’interpretazione. 
La lettura - anche drammatizzata! - è il cuore della lezione, preceduta da una fase di warm up in cui spesso pongo questioni ai ragazzi: “sondaggi” a cui possono rispondere, per alzata di mano su temi che emergeranno (l’alzata di mano ha comunque l’effetto di distenderli e migliorare - anche se in tempi come poco può - l’umore!). In DAD cerco di accompagnare la lettura del testo mediante condivisione dello schermo e app di note (come Notability) con cui posso impostare un codice a colori per i campi semantici e artifici retorici. Mi fermo a proporre una parafrasi o una riformulazione se necessario.”

Questo è forse il momento clou, vero?

“Sì, è il momento più difficile e intenso, perché il confronto diretto con le parole avviene lì e poi dovrà avvenire nuovamente quando lo studente vi tornerà da solo: è il momento in cui si cerca di raccontare il modo in cui i suoni si fanno significato e possono farsi strada nella coscienza come simboli universali e chiamarci in causa. 
Si apre così la via per l’ultima fase della lezione: la classe si fa comunità interpretante (ho un ricordo di Luperini, che ho frequentato da autodidatta), sulla scorta di domande come “È ancora vero questo?” “È così anche per noi?” “Analogie e differenze con..” La rielaborazione di queste domande prima della DAD avveniva spesso in dialogo e sulla lavagna. Ora, che lo schermo ha cambiato molte dinamiche, privilegio forme alternative (Moduli, Mind Maps, Visual Journals, scrittura creativa che anche i manuali a volte propongono). Mi è capitato di integrare questi elaborati nella valutazione finale, orale o scritta - quest’ultima in due parti, una teorica (spesso a quiz o esposizione di paragrafo con Socrative), l’altra di competenze (analisi di un breve brano nuovo o breve saggio espositivo, di solito in GDoc). Ma la verità è che nessuna verifica mi dirà mai per chi e fin dove può essere arrivato “il messaggio” dell’inizio e questo a volte mi conforta: il futuro di quel seme non è misurabile.”

Didattica trasmissiva è in definitiva non una lezione conferenza ma comunicazione e ascolto attivo. Aggiungerei, da ambo le parti.

Tiziana Palmieri
@perdin_dirigente

Risate e sogni: Haiku in classe

L’idea di realizzare un laboratorio di scrittura sullo haiku è arrivata, in modo estemporaneo, grazie alla visita degli ospiti del progetto ERASMUS nella nostra scuola. Da tempo compongo haiku: non è così semplice come si può credere perché non basta assemblare diciassette sillabe, inserire un kigo (elemento stagionale) e una pausa.
Innanzi tutto perché per lo haiku non si può usare un linguaggio logico-razionale e poi perché esso presuppone uno scarto tra l’esperienza e il dire. È difficile per noi occidentali comprendere la sua essenza neutra, a-soggettuale: per questo ciò su cui mi sono soffermata all’inizio del laboratorio è stata la possibilità di far emergere negli alunni certi interrogativi, ciò che nella loro prospettiva era rimasto insondato riguardo alla realtà. 
Li ho invitati a guardarsi attorno, ad esplorare con occhi diversi i dettagli, gli aspetti minimi della natura. Vivere il presente è una tappa fondamentale per accogliere e dissolvere le paure che spesso dipendono da una falsa interpretazione della realtà. Pertanto scrivere haiku può rappresentare una chiave per acquisire consapevolezza, per aprire i propri orizzonti di senso, accogliendo il silenzio e condensando il reale. 

A tal proposito, mi sembra interessante commentare qualcuno dei componimenti realizzati dai ragazzi. Essi rispecchiano la presa di coscienza delle suggestioni e dei sentimenti, tipici del genere:

un aereo
in lontananza
il ricordo della sua voce.

---

Fruscio di foglie
sono dove
tutto è nato.

---

Grandinata
interminabile il pianto
di mia madre.

---

Pioggia forte
al mattino
nostalgia di mio papà.

---

Corridoi gelidi
tra tutti i volti
il suo

Fino a quello che ha dato titolo al libro che è venuto fuori dal laboratorio:

Vento d’estate
salgono in cielo
risate e sogni.

Questi poemi contengono tutta la complessità delle idee estetiche dello haiku: le suggestioni del Wabi (la bellezza semplice delle cose, la loro impermanenza, la fugacità della vita), del Sabi (la patina della vecchiaia intesa come maturità, atmosfera di solitudine, tranquillità, dello Yugen (mistero, oscuro, che lascia volutamente spazio all’immaginazione), Karumi (leggerezza, capacità di cogliere la bellezza nelle cose più semplici, il mostrare le cose nella loro immediatezza).
Il successo dell’iniziativa ha riguardato soprattutto il coinvolgimento dei ragazzi con difficoltà, che hanno partecipato con passione, con desiderio di scoprire e di osservare. Con i colleghi di sostegno ho scoperto una nuova modalità di conoscenza, un viaggio, una scoperta continua di talenti nascosti, la capacità da parte dei ragazzi di ascoltare, di concentrarsi, di autoeducarsi attraverso la vita, i luoghi e la natura.
Tracciate le linee maestre della struttura e delle suggestioni dello haiku e mostrando le opere dei grandi maestri, i ragazzi hanno cominciato a comporre con un entusiasmo incredibile. In due settimane hanno scritto centinaia di haiku, molti dei quali spontanei e originali, tanto da raccoglierli nel libro cui accennavo, Risate e sogni, che poi è stato venduto in tutto il mondo, suscitando l’attenzione anche di studiosi e poeti di haiku.

Lo haiku ha dato la possibilità a questi ragazzi, che vivono in un mondo dove non esistono più confini ben delineati e contesti stabili, di vivere il “qui ed ora”, di essere coscienti dell’incessante cambiamento della realtà, dello scorrere inesorabile del tempo e di trovare la bellezza anche nelle imperfezioni. La scrittura di questi poemi ha lasciato agire ciò che in loro era silenzioso.

Maria Concetta Conti

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Profilo Instagram
@nellaborsadiunaprof


Sono Mary, docente di Lingua e civiltà inglese nella scuola secondaria di primo grado (per ora) e specializzata per le attività di sostegno didattico. Traduttrice per formazione, sono un’amante della letteratura e leggo anche tante riviste, di tutti i tipi. Le mie esperienze precedenti all’insegnamento (nel commerciale estero, nelle politiche sociali e nella mediazione culturale) mi hanno insegnato che il confronto e il dialogo sono le nostre armi migliori anche a scuola. Preferisco lavorare con un approccio comunicativo, cooperativo, attivo e multisensoriale, basato su compiti di realtà e Clil, che tenga conto dei diversi stili di apprendimento. Sono sempre curiosa di scoprire metodologie e strategie innovative, in cui gli alunni siano davvero al centro dell’apprendimento e il docente li sostenga come un vero e proprio coach per renderli sempre più autonomi. Negli ultimi anni ho cercato di integrare nella didattica della lingua inglese diversi strumenti, digitali e non (programmi, app, giochi, libri, albi illustrati, giornali e riviste ma anche “realia”) e soprattutto di valorizzare le esperienze degli alunni, per rendere l'apprendimento realmente significativo. 
Le mie passioni sono la lettura, gli albi illustrati e i viaggi, reali e immaginari. Mi occupo anche di progetti per l’apprendimento della lingua inglese nella scuola dell’infanzia e sono una volontaria nel programma Nati per Leggere, che promuove la lettura (in tutte le lingue) fin dalla nascita: sono infatti convinta che leggendo (e viaggiando) si possa aprire la mente e costruire un futuro migliore. Anche per questo motivo sogno una scuola che si apra al mondo attraverso più scambi con altre realtà, che abbatta le barriere tra le discipline e promuova la conoscenza dell’altro. La scuola può fare davvero la differenza ed è ciò che auspico per i nostri alunni, affinché abbiano tutte le possibilità che meritano.

Mary Giannini
@nellaborsadiunaprof

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Una rivista di didattica
Mythoi

Il progetto della rivista di ricerca didattica Mythoi nasce dal desiderio di Simona Butò, fin dall'inizio della sua carriera scolastica (quasi 25 anni fa), di creare un 'luogo' che comunicasse la gratitudine nei confronti della professione comunicativa per eccellenza, quella del docente, e insieme potesse esprimere il metodo della conoscenza, quello della ricerca. Sottolineando che il docente è semplicemente il primo che riflette sul senso di ciò che presenta ai suoi studenti ed è il primo ad interrogarsi sulle modalità di apprendimento dei diversi concetti.

Mythoi è il racconto - bimestrale - di queste molteplici modalità.

Perché dare alla rivista il nome MYTHOI? Perché solo ciò che è narrabile è dotato di senso. E perché ogni racconto altro non è se non organizzazione di una confusa serie di dati.
E poiché ogni Bellezza va condivisa, Simona ha quindi chiamato a collaborare cinque docenti ma anche amiche: una era stata la sua prima tirocinante, le altre le ha conosciute in Instagram mentre, via via, riscontrava in loro la sua stessa dedizione e passione. Trovarsi a lavorare felicemente insieme è stata la necessaria conseguenza.

Tiziana Palmieri
@perdin_dirigente

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Una nota ministeriale

 

Nella nota MI n. 491 del 6/4/2021, a firma di stefano Versari, neo capo-dipartimento, segnaliamo la conclusione apprezzandone il respiro educativo:
“La scuola è pesantemente interessata dagli effetti della pandemia, anche per la vasta entità di studenti e personale che compongono la comunità educativa. Ciò rende l’intero Paese particolarmente e comprensibilmente “sensibile” verso il mondo scolastico. Questa sensibilità va accolta come pure, per certi aspetti, contenuta. Il contenimento, che è com-prendere e che si realizza con l’abbraccio educativo, è quanto di cui ogni essere umano sente maggiormente la necessità. Soprattutto oggi, in cui l’abbraccio fisico è impedito. Per questo nel tempo attuale occorre proseguire l’impegno del mondo adulto che fa scuola e, in misura accresciuta di quello esterno alla scuola, a costruire con costanza e responsabilità, spazi di relazionalità paziente. Recuperando la virtù della prudenza, che non è lentezza, ma fare nel tempo dovuto. Donandosi quindi il tempo necessario per la riflessione critica e per l’elaborazione dei complessi e dolorosi momenti che viviamo. Questi stili educativi sono da preservare da parte di tutto il mondo adulto, per potere essere più e meglio attenti e dediti alla cura del vissuto, non poche volte sofferto, dei nostri studenti.”
Troviamo che parole come “abbraccio educativo”, “relazionalità paziente”, “prudenza”, “cura del vissuto” siano confortanti pietre miliari nel percorso che stiamo affrontando insieme ai nostri alunni e studenti. Lo dicevamo nello scorso numero, noi adulti siamo Virgilio. Come a lui, anche a noi è chiesto in questo momento di accompagnare i giovani e i giovanissimi che ci sono affidati a una riflessione critica sul vissuto, rendendo loro presenti quelle stelle che sicuramente giungeremo a rivedere.

Tiziana Palmieri
@perdin_dirigente

Photo by Mike Von on Unsplash

“Ma per fare esperienza c’è una sola velocità, quella dell’essere umano, non quella dei mezzi di trasporto”

Un libro nel quale mi sono immersa in queste ultime settimane è “La saggezza del mare”, di Björn Larsson. Sarà stata la celebrazione del vagabondare, oppure la descrizione delle acque nordiche… ma non solo. Avete presente quando ciò che trovate scritto per uno specifico contesto vi rimanda con forza ad uno stesso significato trasportato altrove? Potere della metafora, direte.
Ecco, “La saggezza del mare” è un libro (anche) per docenti!
Quella frase iniziale, ad esempio. Quando i miei occhi l’hanno incontrata, non ho pensato alle mie - inesistenti! - traversate veliche, ma all’esperienza che compio tutti i giorni entrando in classe.
Quante volte rischiamo di essere travolti dall’ansia del programma, dal confronto con altri colleghi ed altre sezioni, dalla potenza delle Indicazioni Nazionali? Per non dire dell’angoscia generata nei più imberbi neo-docenti dall’evidenza di aver dovuto ‘condurre in porto’ le loro classi nella burrasca di questi ultimi quattordici mesi.
Eppure la sola certezza è che l’esperienza di apprendimento e di scoperta che compiono i nostri studenti non procede - né deve procedere - ad una velocità standard. Inclusione è la difficile arte del saper conciliare il ritmo che anima il docente con i venti-e-oltre ritmi individuali con i quali i suoi studenti fanno proprio ciò che egli vive e manifesta [perché - evidentemente - spiegare, insegnare, è vivere e testimoniare].

Nel mezzo di trasporto che sono le nostre aule (virtuali, forse, ancora per poco!) e le nostre ore di lezione, lasciamoci vincere, dunque, dal valore dell’esperienza. Perché solo ciò che ci tenta, ci mette alla prova - da persone, ancor prima che da docenti o studenti - si sedimenta in noi e ci guida nelle scelte a venire. Ricordiamoci senza timore che l’esperienza è un processo, non un evento che accade puntuale nel tempo; e, come tale, avviene per ognuno in uno spazio e in un tempo particolari. Unici.

Simona Butò
@epea.pteroenta

Abbiamo pensato al nome Gessetti perchè ci è sembrato l'oggetto più adatto a rappresentare i molteplici colori che compongono la realtà della scuola. La scuola che ci piace è infatti variopinta come la vita. Anzi, a scuola c'è vita: ci sono soffitti di domande, risate e anche sogni. Ci sono pareti tappezzate di confronto, incontri e, a volte, delusioni. Ci sono lavagne di cose nuove da imparare e di abitudini da reinventare.
Ci accomuna l'amore per la scuola come luogo di scoperta e di apprendimento, di crescita e di civiltà per tutti.
Puoi aiutarci contribuendo con le tue riflessioni, le tue esperienze didattiche, o segnalandoci link e cose interessanti e multicolori (puoi mandarci tutto qui o tramite canali social) oppure facendo conoscere Gessetti ai tuoi colleghi per ampliare il confronto e la condivisione.

info@gessettinews.it


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