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Piante e fasi

Questo numero di Qualcosa esisteva ancora prima che esistesse questa newsletter. L'ho capito scrivendola. Era un semino, nato dai racconti del mio amico Giovanni sulle sue esperienze lavorative fatte a New York, ma anche dalle mie e da quelle di altre persone. 
Quel semino ora è una pianta a cui sto dando acqua.

Dopo che invio Qualcosa ho dei giorni in cui non penso a nulla, sono come svuotata. Poi inizio a ragionare al prossimo tema, a cosa vorrei scrivere, e disegnare. Trascorrono i giorni. Mi ripeto che non vorrei arrivare all’ultimo. Ovviamente succede sempre e in più cambio idea, svariate volte. Anche questo numero ha avuto le stesse vicissitudini. Avevo deciso che vi avrei parlato di lavoro, ma ho cambiato idea, e poi sono tornata nuovamente sui miei passi. 

Una storia come tante  

A metà marzo sono stata contatta da una giornalista del gruppo Gedi, Chiara Nardinocchi: cercava storie su maternità e lavoro per uno speciale multimediale. E io avevo una storia. Una storia che avrei sempre voluto raccontare ma non ne avevo il coraggio.
A Chiara ho detto si, subito, senza pensarci. Fa parte di un mio nuovo modus operandi, di questa nuova vita da freelance. Non nego di non avere avuto le paturnie, dopo aver detto si. Avevo paura della reazione di chi potesse ricollegarmi al mio vecchio lavoro, e visto che avevo accettato di essere pure ripresa, di venire male o avere una voce terribile. E invece è andata benissimo: mi sono seduta su una sedia de L’ora di libertà (la libreria con la quale collaboro da quasi due anni come social media manager) e Flavia Cappadocia, giornalista e collega di Chiara, mi ha subito messa a mio agio.
E io non sono morta [cit].

Qual è la mia storia? Una storia che avrete già sentito, ne sono certa, perché è simile a molte altre. Ho lavorato in una piccolissima agenzia di comunicazione per 5 anni, 3 di questi con contratto a tempo indeterminato, il mio primo vero contratto, e anche l’ultimo (credo).
La cosa più incredibile è che si trattava di un contratto venuto fuori casualmente, dopo anni di lavoro in nero, e con ritenuta d’acconto, sottopagato. Era il 2015, c’era la legge di stabilità e si poteva assumere senza pagare tasse per tre anni esatti. A questo si aggiunse la chiusura di un contratto con un grosso cliente, che ci avrebbe permesso un’entrata considerevole e continua. Un’allineamento astrale, una semplice casualità, una botta di culo, chiamatela come volete. All’improvviso ho avuto un contratto (mai visto, in realtà) e una busta paga che non ho mai saputo leggere.
La cifra mensile era ridicola, e se non ci fossero stati altri lavori pagati “cash” e il lavoro da tata, sarei stata costretta a chiedere di nuovo i soldi ai miei, come ai tempi della triennale. Ah, dimenticavo: non avevo orari, ricoprivo più ruoli, e stavo su più progetti. Ma anche questa storia sono certa che l’avrete già sentita. 

Sono comunque riuscita ad andare avanti fino al 2018, all’8 gennaio per esattezza, quando ho scoperto di essere rimasta incinta. Verso il quarto mese ho fatto sapere alla mia responsabile che a settembre avrei partorito, rassicurandola che avrei lavorato fino a quando avrei potuto: in quegli anni già lavoravo in smart working e quindi immaginavo di non avere problemi a continuare a farlo con una bambina di qualche mese (povera illusa). 

Alla mia capa non è esplosa la testa, cosa che invece temevo. Anzi, mi ha tranquillizzata dicendomi che nei mesi successivi avremo parlato con il commercialista. Abbiamo continuato a lavorare serenamente fino a quando quel grosso cliente non ha voluto ridiscutere il contratto, decurtando l’accordo economico precedente. A ciò si è aggiunto che a novembre 2018 le agevolazioni fiscali sui contratti sarebbero terminate, quindi: - ENTRATE + USCITE. Tadam! Il contratto non si poteva mantenere, i soldi non c’erano, la mia maternità non poteva essere pagata. Il piano della mia responsabile fu quello di licenziarmi: io avrei avuto la Naspi e lei avrebbe chiuso il contratto. Ma arrivò una mail dal commercialista che diceva: "lo Stato tutela così tanto le lavoratrici in maternità che non possono essere licenziate". Il mio commento è qui sotto, ovviamente ripulito e censurato, perché so 'na signora.

Cosa potevo fare? L’unica cosa possibile: licenziarmi per giusta causa. Non è stato semplice. Fu molto doloroso e pesante perché alla soluzione finale in realtà siamo arrivate dopo riunioni e scambi di mail orrende e stracolme di frasi terribili. Come quella della mia collega che non sarebbe mai dovuta intervenire alla riunione sul mio futuro lavorativo in agenzia. La frase la trovate dentro l’intervista, che potete ascoltare e vedere quisono solo 4 minuti e io non sembro cretina, la mia voce va benissimo e a me sembra pure di avere gli occhi verdi (palude). Ovviamente, vi consiglio di recuperare l'intero reportage, La leadership del futuro, dove, oltre alla mia storia, trovate anche quella di Miriam Lepore (serve l'abbonamento al gruppo Gedi, ma per tre mesi costa solo 1€).

Ve lo dico: è stato molto difficile tornare a guardare quella storia, perché l’avevo nascosta bene sotto a un bel mucchio di terra. Andava fatto, però. Lo dovevo a me stessa, perché quelle sono le ceneri da cui sono rinata. E lo dovevo anche a chi si è trovata, o si troverà con le spalle al muro, a tutte le persone che vivono una situazione lavorativa senza diritti. La storia come la mia per moltз di noi è normale. Ci siamo abituatз. Ci siamo convintз che il lavoro in questo paese sia così: pagato poco, con pochi diritti, rarissimi avanzamenti di carriera, declassamenti, stipendi sballati, fregature. Parliamone, raccontiamo le cose scomode che subiamo, diciamolo a tuttз che questo modo di concepire il lavoro non va più bene, ci sta stretto, non combacia più con i nostri desideri e con le nostre vite.     

Ho appena finito La forza della vita di Will Eisner, che vabbè è un mostro di bravura e le sue storie sono sempre dei pugni allo stomaco. In questa graphic novel, oltre alla sua solita capacità di sintesi, ci sono vari temi già presenti in Dropsie Avenue (che straconsiglio) e una meravigliosa metafora tra noi e gli scarafaggi. L’ho trovata piena di speranza, vi dirò.

Sto leggendo lentissimamente: ho un blocco della lettura che dura da qualche mese e che si è sbloccato prendendo in biblioteca, quasi per caso, Il bufalo della notte di Guillermo Arriaga, traduzione di Stefano Tummolini. Me lo devo ricordare che con me Arriaga funziona sempre. Funziona perchè scrive cose così: "La pallottola attraversò in diagonale il cervello facendo esplodere al suo passaggio arterie, neuroni, desideri, tenerezze, odii, ossa." 

Leggerò Contratto con Dio sempre di Eisner, ma credo di leggerlo in meno due ore, quindi non fa molto testo. Perché non mi scrivete per consigliarmi un libro che mi cambi la vita? Dite che è un po' troppo?  

Ai primi di giugno sono ritornata dopo mille anni a San Lorenzo, (per chi non è di Roma è il quartiere universitario) per l’esattezza alla Libreria Antigone per ascoltare la presentazione del podcast Tiresia di Silvia Pellizzari: otto episodi dedicati a scrittori e scrittrici di letteratura queer, che Silvia racconta attraverso i loro libri e grazie alle parole di studiosз, appassionatз, intrecciandoli alle loro vite, e alla sua. È stato molto bello ascoltare Silvia conversare insieme a Valentina di libri e storie. Quando Vale le ha chiesto come è nato Tiresia lei ha risposto: "ho capito che era una mappa che stavo costruendo per me stessa, una galassia in cui muovermi. Ho scritto il podcast che volevo ascoltare”. Secondo me le cose per venire davvero bene dobbiamo farle anche e soprattutto per noi stessз, non solo per chi ci legge, ascolta, guarda. 

Questo numero di Qualcosa finisce qui. Se volete raccontarmi qualcosa sul lavoro, negare che io abbia gli occhi verdi palude, o consigliarmi un libro, vi leggo volentieri: scrivetemi!

Da una Roma infuocata, un sudatissimo saluto (con il deodorante, eh)! Vi scrivo a luglio, croce sul cuore.
Alice

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